VITAE

All’improvviso vidi l’azzurro del cielo scorrere veloce sopra la mia testa, poi lo scuro degli alberi. Ebbi il tempo di pensare: adesso arriva. Non potevo fare niente, niente a cui aggrapparmi, niente a trattenermi. Poi toccai terra.

Quel Maggio era stato molto piovoso. Ero impegnata con il monitoraggio dei branchi di lupo, in quella stagione una caccia ai fantasmi. In più alla nostra stazione di ricerca eravamo tutti coinvolti nell’organizzazione di censimenti di ungulati e delle esercitazioni di campo di ben due corsi di Master universitari. Correvo a mille all’ora ed ero felice. Dopo sei anni in cui avevo camminato sul filo sottile che separa il buio dalla luce, avevo scelto la luce. E da due anni facevo il lavoro dei miei sogni. O meglio, un lavoro da sogno che non avevo mai immaginato da bambina ma che mi aveva portato a scoprire e finalmente ritrovare me stessa nei boschi. Era iniziata con un anno di tesi sperimentale alla scoperta dei lupi che popolavano un gruppo di aree protette nell’Appennino tosco-romagnolo. Poi avevo firmato un contratto di lavoro ancora prima di avere in mano il diploma di laurea! Certo i contratti con cui avevo proseguito erano sempre a termine e con rinnovi a singhiozzo e buchi temporali, ma a me non importava!

Loro, i lupi, mi avevano attirata lì e non mi avevano mai delusa nelle tante giornate e nottate di duro lavoro, per seguirli e capirli senza disturbarli. Erano apparsi quando avevo avuto bisogno, così per i miei compagni di lavoro, quando qualcuna delle nostre avventure era finita male.

Quel mattino del 22 Maggio ci eravamo messi in moto tutti prestissimo. Da qualche giorno nella nostra base di ricerca eravamo in molti, oltre allo staff anche studenti e altri collaboratori venuti ad aiutare per l’occasione.

C‘era un capriolo che “abbaiava” col suo tipico verso proprio nella costa al di là del torrente di fronte alla nostra base, che era anche casa nostra per la maggior parte del tempo. Bisognava catturarlo, il capriolo, per munirlo di un radiocollare al fine di capirne gli spostamenti, cosa che era già avvenuta a molti suoi simili in quella zona nell’ambito di un grosso progetto di ricerca. Quale migliore esercitazione per gli studenti? Così la giornata iniziò con il trasporto delle reti di cattura per il pendio ripido e reso scivoloso dalla pioggia. Poi fu una corsa per tutto il giorno, tra la “segnatura” delle aree di censimento con bandierine disposte nel bosco, l’organizzazione del pranzo di comunità, la preparazione delle esercitazioni. Si arrivò all’imbrunire, l’ora del capriolo.

Dicono che urlai, ma io non mi resi conto. Ricordo che sdraiata a terra per istinto controllai se avessi rotto l’orologio e gli occhiali, ma non mi mossi. Ricordo la prima persona che mi soccorse, la sua faccia pallida. “non dirmi che sei caduta da lassù”. Sì accennai. Qualcuno chiamò i soccorsi, ma ci sarebbe voluto del tempo prima che arrivassero dall’ospedale a pochi chilometri, perché la strada sterrata non era facilmente percorribile.

Avevo freddo, ero finita in parte nel ruscello, in mezzo a dei grossi massi, ma avere tante persone intorno mi confortò. Mi sollevarono in tanti e mi misero su una rete di doghe che qualcuno era andato a prendere a casa, e mi legarono con le calze che sarebbero servite per il capriolo. Cominciai a fluttuare sul ruscello, sui rovi, su quella rete nelle mani di collaboratori e studenti che facevano fatica a procedere, mentre il cielo sopra di me diventava sempre più scuro.

Per la cattura del capriolo avevamo “circondato” un’area di bosco a cavallo del ruscello incuneato tra i due pendii, uno ripido dove si trovava il capriolo, l’altro più dolce ma ricoperto di rovi dove avrebbe potuto andare a nascondersi. All’unisono partimmo da un lato e iniziammo a muoverci sui pendii paralleli al ruscello per dirigerci verso il lato opposto. Là ci aspettavano le reti e gli addetti alla cattura. Le frange laterali impedivano la fuga del capriolo dall’area, semplicemente con la loro presenza, e via via si univano al fronte in movimento. “Avanti”, “Dai”, “Ooo”, ci incitavamo per tenerci allineati e al tempo stesso far muovere l’animale davanti a noi. Alcuni facevano fatica ad avanzare nella zona coperta di rovi alla mia destra, così io feci avanti e indietro attraversando il ruscello per aiutare il gruppo a riallinearsi. A un tratto il mio percorso fu interrotto da una parete rocciosa che scivolava nel ruscello, e risalii un sentiero che sembrava evitarla. Accesi la lampada che tenevo in mano perché iniziava a essere scuro nel bosco, guardavo sopra e sotto di me per percepire meglio l’allineamento….ma forse non davanti. Non ho mai capito come sia accaduto. Devo aver messo il piede su un ciuffo d’erba poggiato sul vuoto di quella parete.

Il tempo si dilatò. Io avevo freddo e sentivo la schiena tutta contratta, talmente contratta da farmi male. Quando l’ambulanza arrivò i miei soccorritori erano riusciti a portarmi fino alla casa. Non credo che gli operatori sanitari ce l’avrebbero mai fatta a raggiungere il ruscello di notte.

All’ospedale fu chiamato a casa il radiologo reperibile, dovettero insistere perché credeva che si trattasse di uno scherzo a quell’ora. Erano ormai passate le ventidue. “C’è una fratturina in una vertebra”, disse dopo l’esame. Poiché in Toscana tutte le cose sono “ina” o “ino”, non mi convinse molto. Ma finalmente la morfina fece effetto.

L’indomani mattina mi trasferirono nell’ospedale del capoluogo più vicino, dopo essersi ricordati di fare un’ecografia per accertare eventuali danni interni. Nel frattempo io chiamai i miei genitori, e in quel momento per la prima volta realizzai cosa stava accadendo, cosa mi era accaduto. L’esito della TAC fu che la fratturina andava operata perché non sarebbe mai guarita da sola e bisognava procedere a una “riparazione” della colonna, con un po’ di tessuto osseo sintetico, viti e fascette di titanio. Ci fu qualche giorno di attesa finché fu deciso il trasferimento presso un’ospedale più all’avanguardia in quel tipo d’interventi. Raggiunsi l’ospedale di Pisa il lunedì 27 Maggio alle 12. Il primario decise di operarmi subito, alle 15, perché era già passato troppo tempo. E così mi aggiustarono. Quello stesso giorno un’altra paziente fu rimandata a casa nonostante la sua operazione dovuta a un problema congenito fosse programmata da tempo. C’era un solo kit “titanico” in ospedale.

Quel momento ha segnato la mia vita per sempre. Ho imparato che esiste la forza di gravità e anche la fortuna. Che se non avessimo avuto un sistema sanitario pubblico non mi sarei mai potuta permettere tale operazione. Ma che il sistema non è tutto preparato allo stesso modo. Ho imparato che lavorare senza contratto (aspettandolo) è un grosso rischio, che in molti corrono e se poi accade qualcosa “avresti dovuto farti un’assicurazione”.

Ma nonostante questo, al di là delle cicatrici del corpo e dell’anima, si è acceso dentro di me una voglia infinita di vivere una vita piena. Non una vita qualunque ma quella vita, una vita di ululati e stelle, di occhi gialli nella notte, d’impronte sulla neve e nebbia nella foresta. Di esperienze e emozioni continue.

Si è innescata una miccia dentro di me e dentro qualcun altro, che avrebbe fatto nascere una storia d’amore di quelle impossibili, che avrebbe sconvolto le nostre vite e ribaltato tutti i nostri propositi, nel bene e nel male. Che avrebbe fatto finire questo sogno per poi innescarne un altro, perché tutto ci possono togliere tranne la capacità di sognare.

Ho capito che le cose non vanno sempre bene, ma vanno dove devono andare.


The UNSUSTAINABLE DEGROWTH? risk, resilience and response

While emissions in China seem to have dropped down following locking strategy to contain COVID-19 spread, which is a good news for environment, economy slowdown is already felt as a disaster.

Even in Italy, economic disaster seems the new buzz word after only a week of production slowdown in a few regions, though these are the richest in Italy and among the top in Europe.

Earthquakes, recurring floods and recent droughts were nothing compared to what happened last week, apparently. Everyone dealing with risk management knows that 1) risk exists, and 2) risk is composed of exposure, hazard and vulnerability. The hazard was a true one, we were hit by un unforeseen event that we did not know how to treat. In Italy the exposure was high, since the most populated regions were exposed which have high mobility towards China, world in general and other Italian regions. However what makes us special here is our economic vulnerability, which has grown since some years. In the next months we will see how resilient we are, that means if and when we will be able to cope, adapt and even change if required. Maybe the regions less hit today will suffer more for the coming months when reaction capacity will make a difference.

This makes clear that all efforts towards reducing emissions and human footprint in general will not lead to any result if they are not clearly and strategically interlinked with economy scenarios and models.

We are like mice in a cage, where the wheel keep on spinning and we must run…

Another important matter related to risk management is the emergency response, in other words what to do when the risk has become reality. There are specific plans determining what to do in a given emergency circumstance, but some decisions can only be tailored to the actual situation, and when the hazard is totally unexpected and unknown that is quite tricky. Authorities have to compromise between safety and security on one hand, and the business as usual on the other hand. They can not only listen to experts, they have to take into account even the potential reaction in public opinion. They want to avoid that people think their reaction was exaggerated or on the contrary that it was inadequate. They feel under pressure in different ways, and in our country electoral pressure is always high. In most cases, people in administrations are not prepared to such under pressure, emergency response. Therefore, they sometimes take the right decisions and actions, other times they fail despite warnings from experts. This way having a trusted and competent disaster management authority (such as Protezione Civile in Italy) is very important.

However, individual citizens can improve their readiness even beyond what the authorities prescribes them. We should not wait somebody else takes decisions for us, proaction is better than reaction. This applies to everything. From how often washing the hands to increasing the use of bicycle instead of car, especially for spare time activities.


Vita nel bosco – Dai carbonai …al charcoal

Talvolta parliamo dei tempi passati con malinconia, identificando la vita di un tempo con un certo benessere psico-fisico. In realtà, i bei tempi andati erano tutt’altro che “belli”..Per la maggior parte delle persone, vivere significava sopravvivere, con tanto sacrificio. La memoria di quei tempi ci aiuta a leggere con sguardo diverso il nostro territorio, e l’azione dell’uomo o la sua interazione con l’ambiente. Ci fa comprendere le vite di milioni di persone che affrontano oggi le medesime sfide, un po’ come “da noi 50-100 anni fa”.

Ecco perché parlare di mestieri del passato può farci riflettere sul presente e sul futuro.

I carbonai

Chi ha mai sentito parlare dei carbonai? Non i carbonari del Risorgimento italiano, ma i protagonisti dell’epoca in cui il petrolio e i suoi derivati dovevano ancora “essere scoperti” dalla stragrande maggioranza delle persone sul pianeta, e per cucinare, scaldarsi e illuminare si usava la carbonella…

Leggi qui l’intero racconto AU!! – Il richiamo della macchia che ho pubblicato sulla rivista Tra Terra e Cielo dell’omonima associazione, molti anni fa.

I carbonai producevano una risorsa un tempo molto importante, eppure ricevevano paghe misere e conducevano una vita di sacrifici. Per ricavare carbone dalla combustione della legna lavoravano per lunghi periodi nel bosco.. Il loro lavoro li portava a viaggiare molto lontano da casa per quei tempi: dalla Toscana ad esempio, si spostavano in Romagna, in Umbria, in Sardegna e persino sulla Sila, ovunque ci fossero boschi di alberi di querce, faggio, carpino, ontano e castagno o di arbusti come la ginestra, la scopa e l’albatro…A fine Novembre, quindi, la compagnia e il meo si trasferivano “alla macchia”, e qui costruivano la capanna dove avrebbero abitato per tutta la durata del lavoro.

La capanna era pronta dopo qualche giorno di lavoro; nel frattempo si provvedeva a cercare un posto dove ubicare la piazza, ovvero lo spazio su cui sarebbe stata eretta la carbonaia…La carbonaia assumeva una forma a tronco di cono; al centro, uno spazio inizialmente vuoto faceva da camino, che doveva essere riempito di frasche e, una volta acceso il fuoco, chiuso con una pietra. Il fuoco si diffondeva in senso ascendente dalla base fino alla bocca del camino, in cui si continuava sempre a immettere materiale combustibile; dall’alto, quindi, la combustione procedeva lentamente in senso discendente.

Al termine della combustione aveva inizio la scarbonatura…«AU!» si sentiva di nuovo alla piazza: stavolta era il vetturino……..ma questa è un’altra storia, per la prossima puntata.

Chi pensa che questo mestiere appartenga ormai al passato si sbaglia. Secondo le stime dell’organizzazione mondiale per l’agricoltura, FAO (Food and Agriculture Organisation), dal 2000 al 2017 il consumo mondiale di carbone da legno è aumentata da 37.0 a 51.2 milioni di tonnellate. La maggiore quantità è stata prodotta nel continente africano.

Final Consumption of Charcoal by Country

 

In Africa ho visto spesso le balle di carbone vendute lungo la strada. Charcoal (=carbone da legno o carbonella) era una parola chiave ricorrente in tutti gli incontri che ho fatto per capire le cause della deforestazione e immaginare un futuro alternativo (leggi..)

L’aumento della produzione è in parte legato alla crescita della popolazione, in parte alla mancanza di valide alternative (sopratutto nelle aree rurali). Anche la necessità di disboscare terreni per produrre più cibo contribuisce al perdurare dell’uso del carbone, che può essere prodotto contestualmente. Tutto ciò ha un grosso impatto su boschi e foreste che sono a poco a poco degradati fino a scomparire. Alcune di queste foreste ospitano un’altissima biodiversità e specie rare, come il Sanje mangabey.

In cosa differisce l’attività dei nostri carbonai di un tempo, rispetto a quanto avviene oggi? In entrambi i casi c’è un grosso impatto su boschi e foreste.

Ciò che è cambiato recentemente è la domanda di energia, col crescere della popolazione e dei dispositivi che consumano energia. Quante volte al giorno “attacchiamo una spina”? Se dovessimo alimentare “a legna” i nostri dispositivi (pensate alle luci, i trasporti, le industrie, gli elettrodomestici, i cellulari, i computers, etc..) i nostri boschi scomparirebbero in breve tempo.

Ancora oggi in molti paesi con basso reddito la maggior parte dei consumi di carbonella serve a soddisfare i bisogni primari, ma ormai per decine di milioni di persone. Per questo la sfida della sostenibilità è così difficile.

Quali sono le possibili soluzioni?

  1. Maggiore efficienza nei consumi, per esempio adottando stufe migliorate.
  2. Maggiore efficienza nella produzione di carbone.
  3. Gestione sostenibile delle foreste, cioè cercare di produrre abbastanza legna senza distruggere l’ecosistema.
  4. Uso di altri fonti di energia (possibilmente rinnovabili).

LIBYA

10 anni fa ho passato il capodanno nel deserto libico, con un gruppo di camminatori guidati dai Tuareg e supportati dai dromedari. la nostra rotta s’incrociava con quella di chi partiva dal Sahel e dal corno d’Africa per cercare..qualcosa… fortuna, rifugio, lavoro. senza sapere dove fosse diretto, senza sapere cosa avrebbe trovato..schiavitù, morte o solidarietà

senza sapere che quel viaggio sarebbe durato anni, che in Libia avrebbero fatto gli schiavi, o che arrestati sulle coste del Mediterraneo li avrebbero messi in prigione al confine col Sudan, con mezzi  procurati grazie agli accordi tra Geddafi e il nostro governo, allora Berlusconi. Che sarebbero stati venduti dai secondini ai trafficanti, che se non avessero pagato per ripartire avrebbero dovuto pagare in natura, che avrebbero attraversato il Sahara più’ volte, rischiando ogni volta la vita, perdendo ogni volta la dignità’..quante volte si può perdere la propria umanità?

Dopo un mese dal mio rientro scoppiò la guerra. Sono passati 10 anni in cui tutto è cambiato, ma niente è cambiato.

Nelle foto di seguito voglio documentare solo la bellezza di quel viaggio, che contrasta con tutti i retroscena della storia.

10 years ago I spent the New year’s eve in the Libyan desert, walking with a group of Italian hikers for 10 days with Tuareg guides and dromedaries.  We crossed through the route of those who were trying to reach Mediterranean coast, after having left from Sahel or the Horn of Africa seeking for..anything..maybe wealth, security, job. They didn’t know the destination, they didn’t know what they would get..slavery, death or solidarity.

they didn’t how many years that journey could last, that they could become slave in Libya, or arrested by the Mediterranean coast and sent back to the Sudan border, with the means provided through an agreement between the Libyan and Italian governments, where they would be sold to smugglers, and had buy their freedom in a way or another. they didn’t know they could cross the Sahara many ties then, every time risking their life, every time loosing their dignity..how many time can humanity be lost?

After one month since I was back, the civil war broke out. 10 years have passed by, everything has changed but nothing has changed.

These images can only document how beautiful the country and the journey was, despite the actual background.

 

 


Vita nel bosco – WILDLIFE

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Anni fa partecipai a una selezione per diventare redattore della rivista “Tra terra e cielo” collegata a un’associazione che tuttora esiste e continua a promuovere stili di vita sostenibili. Richiedevano di inviare un racconto, e il mio li colpì. Era tutto inventato, persino la rivista su cui sarebbe stato pubblicato, ma era una storia frutto delle mie vere passioni. Le stesse passioni che mi portarono su un’altra strada, e così non feci mai il redattore. Continuai per un po’ di tempo a collaborare con la rivista, per dare sfogo alla mia voglia di scrivere, non solo articoli scientifici, ma anche storie di vita.

Questo è il primo di una serie di storie ispirate dalla mia..

in versione originale

VITA NEL BOSCO 

Sometimes ago I applied as editor for a magazine promoting sustainable living. I had to submit a short novel, and they liked it.

It was all made up but the passion that moved me to write it was true and deep. In fact, the same passion led me to follow a different pathway, I did not become an editor, but a researcher, and then I kept on writing a bit for the magazine to satisfy my impulse of writing not only scientific papers but even stories.

Here it is

WILDLIFE

 

 

 


Fall…in love

Every year since many a friend of mine is organising a three-days super-alcoholic trekking in Val Grande, a largest wilderness area by Lake Maggiore in Piedmont, Italy.

This is a chance to find old and new friends, and to dip into the forests, the streams, the sharp rocks into our own soul..

Sometimes the chosen weekend was rainy, other times we found snow, and sometimes the weather, the colours and the atmosphere can be superb. The last edition everything was super!!!

I used to be every day or very often in the forest, and I loved it. I love Fall in beech forests, the red leaves and the silver stems.. Now I am not spending so much time out there, compared to the time I spend in front of a computer that’s nothing. And I believe I not only miss it, but Really miss some substance that view can generate.. I would volunteer if anybody wants to study what it is so special for our brain to be with trees, and water streams and colours..otherwise, I will do all I can to make that much more present in my next life..


Ready for globalisation of.. inequality and injustice?

The large majority of global population across different economies live in highly inequal, individualistic and nondemocratic societies, far away from reaching, if they ever will, even the basic rights that our grandparents and ancestors have fought for the last centuries, and we’re taking for granted. Most of these people dont know anything else than inequality. They cannot react because either they don’t have any access to information nor any decision power, or they are brutally forced into this condition or they are brainwashed by the so-called “soda” dream. Even educated and wealthy people from these societies are not reacting to the shame of it and are so used to inequality that they just seek for their own wealth. If globalization will mean the averaging of these conditions across all societies, the life we know will never survive.

People in this green heaven called Europe are scared about human beings migration. They don’t understand that the real danger is goods migration, i.e. globalization. Goods produced violating human rights and earth carrying capacity are reaching our houses every day and every where spreading inequality, injustice and tyranny, every second we accept and buy them.

The idea of sustainable development is clashing against the wall of inequality trap. Democratic processes have an overhead cost that is not convenient.

We won’t be able to stop it or defend our little Eden here, if we don’t endorse and pursue sustainable production and consumption!


A crystal ball for coffee farmers in Jimma, Ethiopia (?)

In August 2017, my trip to Jimma was the third since 2015. I have been working for two projects aiming to understand the potential effects of climate changes on local ecosystems and livelihood. In Jimma mountain areas, farmers produce coffee (Arabica coffee) in the traditional, organic way in the forest, and so doing they protect the forest. My role in the project was a mix of storytelling facilitation and quantitative analysis. In facts, through a series of workshops I engaged local farmers and officers into exploring possible alternative responses to the challenges they could face in the next decades, and create “scenario stories” around alternative future outcomes.

Maize fields

the Didessa river, affluent of the Blue Nile, and the riparian forest

Coffee naturally growing as forest understory

This  could look easy for an expert, but it isn’t at all for people used to think about their land and resources by a different perspective…first of all not from the sky as in a projected map! Developing the stories had already been a difficult task, and the starting point was making the workshop participants imaging stories about their children’s future rather than theirs!

In the final workshop, I even wanted to show the participants the land use maps I simulated after translating their stories , and discuss with them about potential costs and benefits of each alternative. But how could I make the results of my analyses understandable for the local beneficiaries?

Women group

Men group

To compare the present reality with imaginary futures, I knew that the usual land maps would not be the best option, since they simplify the reality and often represent it with colours that are not so meaningful, while people better understand the landscapes they are used to see everyday around them.. so I needed to use pictures, from the farmers villages areas, edit them and… create the future landscapes!

Well, results could be better with a bit of extra time, but indeed it seems working!!

 


Once upon a time…

After many months of silence, I felt the need to write again. I did it, recalling one of the latest strange and exciting thing happened to me. Just one page, a title, and I sent it to a radio program called Pascal, where stories from the audience are read by the nice voice of Matteo Caccia. Last Friday while walking back home from a very depressing and frustrating working week, I received the phone call from the program editor assistant. They liked my story and they would read it the following week, and invited me for a phone interview!!!

My story was about an incredible coincidence, showing how close is the world and how easily we can connect with people!While on a plan from Addis Abeba to Jimma, I met a guy from Jimma, we started to talk and we discovered that we had a common friend in Italy!!!!! and more, that he was going to Italy after 3 weeks, same as me!!!, and he was going to visit his friend in Ispra!! And then, he invited me and my colleague for a “coffee ceremony”  at his place, with his family and friends. That was one of the greatest times I have had during my traveling in Africa, and it confirmed my love for the Ethiopian people and their country! After a month we were all having dinner at my place in Ispra. So, here it is  the full story !!

Then I thought that I have so many stories to tell! I’ve been so lucky to have the chance of doing different jobs and lives, and of experiencing so many wonderful and peculiar conditions,  I almost forget how unusual they are for most people.

I wanna start another chapter on this blog, a collection of stories about the many adventures I have lived. And I will start first from the spin-offs, or actually the mainstream stories, of the exceptional event of Jimma.

What was I doing in Ethiopia and why?

 

 

 

 

 


Kupanda kilima

 

Jumapili jana mimi, Flavio na Abdhul tumepanda kilima cha “Sasso del ferro”, karibu na Laveno. Abdhul anatoka Unguja, kisiwa moja katika Zanzibar. Abdhul amepanda kilima mara la kwanza. Anajua Unguja na Pemba tu, na Dar es Salaam na Mombasa kidogo. Katika Unguja kilima hamna. Amefika UItalia baadaye ya vitu vingi vibaya…
Saturday I climbed Sasso del ferro with Flavio and Abdhul. He’s from Unguja, in Zanzibar archipelagos, the island where people where waiting (=Unguja) ..people where waiting to be embarked on boats to reach south est Asia as slaves. Nowadays slavery has been abolished on the paper, but it is still a reality in many places.

It was the first time for Abdhul to climb a mountain. Abdhul comes from Unguja, a flat coral island, and only knows Pemba, the other Zanzibar island, and very little Dar es Salaam and Mombasa, from where he reached Italy. He came by plane, not by boat through the Mediterranean Sea. But he had already lived the hell before departing. He hasn’t gone to school, he lost his parents, he had to buy his life in a way nobody would like to…side by side the rich lodges for tourists, many Italians, visiting the popular island.

He came here through Norway. He wants to stay in Italy because “baadaye ya miwaka tano, labda kumi,..baadaye”..after some years, maybe 5 or 10, but later, he could go back to his island and work there with dignity, speaking Italian with tourists, hosting them in a guest house.
He is one of the guy you can meet around the street, with his phone. The only contact with his home. Despite the horror he has lived at his place he’s still very attached to it. In Italy it is very rare to find someone speaking Kiswahili. At first he was lost. He doesn’t know any English or French, though he comes from a tourist island. That was not for him. He wasn’t asked to speak.
He didn’t escape from a war, or from famine or religious persecution. He flew something that is the normality for millions people in the world, sad to say. The poverty trap, the new slavery eating your dignity: you have to do anything for survival. He’s here for a better life. The same as me going and working in Tanzania, traveling across the country and enjoying the mountains, the plans, the lakes and the wildlife.
His story is one of the many different or similar stories of people arriving here. Many others have died on the same routes. Many haven’t found the NGOs at their arrival, but for decades they’ve come in the hands of our southern criminal organisations.
It is very difficult to judge the current situation and Italian response. In Italy you can only be “communist or fascist”..too emotional or not at all. But the reality is complicated, as usual. Some people are trying to do their job in a good way, respecting the regulations and human rights. Other people are just taking advantage of the situation as in any other business..and not all the people arriving here from anywhere in the world since decades would deserve to stay and get help… But nobody takes the responsibility to say “this is good and this is bad”, ” we accept people coming for a better life, x amount very year, regularly, etc..”, and when someone does it, he’s called a fascist. But there are two separate issues here, the human traffic and the Italian politics.

We’re 60 millions, we shouldn’t worry about 150,000 people more each year. . If there is enough job for 60 millions, then there is for the others. If we are able to make 60 millions civil citizens, healthy and educated , respecting the rules and the people rights, then it’s not a problem to extend it to another handful of people. So if conditions aren’t good for 60 millions, it is not because of those few people arriving by boat. The migration fad is just for distracting us from the real issues.  And from our responsabilities. Stopping the human traffic is a human right and police matter. Making Italy a stronger country for 60 millions and so able to integrate newcomers without much effort is another matter, it is political and it is about competence.